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  • Cos’è l’assertività?

L'assertività è uno stile comunicativo, un modo di comunicare che riesce a coniugare diversi aspetti come abilità sociali, emozioni e razionalità, basandosi quindi sulla valutazione della situazione che ci permette poi di scegliere e utilizzare  la “soluzione comunicativa” più appropriata.

E’ importante sottolineare che non esiste una risposta assertiva definibile in modo assoluto, questa deve essere valutata e creata all'interno della situazione specifica, è un processo continuo di aggiustamento della propria performance comunicativa
 che deve considerare, innanzi tutto, chi è il nostro interlocutore e qual è il contesto nel quale si svolge l’interazione.

In generale, non è corretto parlare di "persone passive" o di "persone aggressive", ma solo di "comportamenti", che a loro volta possono essere passivi o aggressivi. La stessa cosa deve essere detta per l'assertività: non esistono persone sempre assertive, ma solamente comportamenti assertivi, che possono essere appresi ed utilizzati da tutti.

È invece giusto affermare che esistono persone che tendono ad essere aggressive, passive o assertive nella maggior parte delle situazioni.

  • Come possiamo migliorare la nostra assertività?

                                                                

Se dovessimo spiegare ad un bambino che cos’è la memoria, probabilmente risponderemmo che è un “luogo” della nostra mente dove vengono depositati i ricordi oppure che è la nostra capacità di ricordare gli eventi, le immagini, le idee,   le informazioni, le emozioni e le abilità apprese. Questa definizione è corretta solo in parte.

La nostra idea di memoria è infatti legata ad un qualcosa di statico, di immobile e non esiste concetto più sbagliato!

La verità è che la nostra memoria non è un archivio in cui tutto ciò che impariamo viene conservato come i libri sugli scaffali, come qualcosa che mettiamo lì e ritroveremo sempre e sempre nel medesimo posto, ma è qualcosa di dinamico: sempre in “movimento” e in costante cambiamento.

La nostra mente è in costante attività, è impegnata in incessanti ed innumerevoli funzioni sia quando siamo svegli, sia durante il sonno, eppure solo una piccola parte di questa attività mentale è conscia in ogni momento; una parte dei processi mentali rimangono per così dire "nascosti".                                                    

Freud per primo, studiando il sogno, capì che tali contenuti sono mantenuti inconsci, quindi lontani dal campo della coscienza, e ci forni’ le prove dell'esistenza di forze che impediscono a determinati contenuti psichici di divenire coscienti.

Da questi studi nasce nel 1899 il suo celebre testo “L’interpretazione dei sogni”.

Ma vediamo ora una prima spiegazione sull'analisi dei sogni.      

                                                                                                                         

Cos’è l’autostima?

L'autostima è un modo di relazionarci al mondo e alle persone, un modo per interpretare e dare un significato alle situazioni in cui siamo coinvolti, filtrando gli eventi esterni e attribuendo loro un significato.

A sua volta, il modo in cui interpretiamo la realtà che ci circonda, influenza la nostra autostima; si crea quindi un circolo vizioso che può alimentare la nostra bassa autostima, arrivando anche a peggiorarla.

Per fare un esempio, pensiamo ad un bambino che arriva 2° ad una gara: ha oggettivamente raggiunto un buon risultato e se soggettivamente valuta in modo positivo la posizione che ha ottenuto, sara’ soddisfatto di se stesso; ma se il se’  ideale, ovvero la  persona che gli piacerebbe essere, è troppo elevato, il bambino si sentirà molto scontento e insoddisfatto perché avrebbe dovuto a tutti i costi arrivare 1°.

L’autostima quindi è costituita dalla combinazione di informazioni oggettive riguardo a se stessi e dalle valutazioni soggettive di queste informazioni, dove i risultati delle nostre esperienze vengono continuamente confrontati con le aspettative ideali.

L’immagine che ognuno ha di se’ stesso è un mosaico che lentamente prende forma in base alle risposte che riceviamo dagli altri, dal modo in cui gli altri ci giudicano, o pensiamo che ci giudichino. 

 

Psichiatra, psicologo, psicoterapeuta e psicoanalista: chi sono? Spesso questi termini vengono confusi, non solo da chi non ha competenza, ma persino in trasmissioni televisive, giornali e fonti di un certo rilievo troviamo molta confusione a riguardo. Le figure professionali che iniziano con PSI  hanno indubbiamente un terreno comune, ma non hanno gli stessi metodi di lavoro e non utilizzano gli stessi "strumenti".

Prima di rivolgersi ad un professionista è fondamentale capire quali sono i suoi ambiti di intervento, cosa può fare per noi e in quali modi e tempi, ci servirà anche per non avere aspettative irrealistiche. Non è raro infatti aver incontrato nel mio lavoro pazienti che si lamentavano di aver incontrato precedentemente "psicologi che hanno solo prescritto farmaci" (come vedremo, questo non è possibile), queste persone si sono infatti rivolte a psichiatri, non psicoterapeuti, con l'aspettativa di un percorso di altra natura, senza sapere che lo psichiatra ha la terapia farmacologica come suo primo strumento di intervento. Ora facciamo un po' di chiarezza.

  • PSICOLOGO/A

Lo psicologo ha conseguito una laure in psicologia (5 anni), ha effettuato un anno di tirocinio formativo gratuito, al termine del quale ha superato l'Esame di Stato che permette l'iscrizione all'Ordine degli psicologi. Gli psicologi non sono tutti uguali, in quanto esistono all'interno delle università indirizzi formativi diversi (per es: psicologia clinica, psicologia del lavoro, psicologia dello sviluppo e dell'educazione), i quali forniscono competenze diverse. In linea con l’indirizzo formativo scelto, lo psicologo laureato può lavorare come consulente (per sedute diagnostiche, di orientamento e di sostegno alla persona per periodi limitati di tempo) nelle strutture pubbliche o private, nel campo della formazione oppure come ricercatore universitario. Dopo la laurea può decidere di frequentare corsi o master che forniscono competenze in ambiti specifici. Lo psicologo non può prescrivere farmaci, dal momento che per fare questo serve una laurea in medicina.

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